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Per crescere un bambino deve prima di tutto nutrirsi: un istinto irrinunciabile, un gesto semplice. Eppure è proprio attorno al cibo che tra mamma e figlio possono nascere dei conflitti. Fin dall'allattamento... Se ne sono accorte Pamela Pace, psicoanalista e psicoterapeuta e Aurora Mastroleo, psicologa e psicoterapeuta, fondatrici dell’ Associazione Pollicino e Centro Crisi Genitori Onlus, centro per la prevenzione e la clinica dei disordini del comportamento alimentare in età pediatrica, di Milano, con un esperienza decennale nel problema, che ora hanno pubblicato SF amami, (Bruno Mondadori, 12 euro).
Il centro è l’unico del genere in Italia che ha attivato anche un numero verde per i genitori (800 644 622).
Pace e Mastroleo hanno condiviso con noi qualcuna delle loro storie, per aiutare i genitori a riflettere sul significato di quel che succede attorno al cibo.
Ribelli sul seggiolone
Non sporcarti, non buttare il pupazzo per terra, non gridare. E ancora non piangere, non sudare, non correre… Quante volte ripetiamo queste frasi? E quanto spazio diamo all’orologio (ora di fare la cacca, ora della nanna) senza tener conto del bambino? «La vivacità è del bambino, così come l’aggressività, come ogni altra emozione», dice la dottoressa Pace. «Insistere ad educare il bambino a essere “buono” a tavola rischia di far scatenare tutta l’aggressività repressa durante i momenti dei pasti. Ecco, allora, che il bambino sputa la pappa, la butta fuori. Sgridarlo non risolve. Ancora una volta, è stando insieme, cercando di conoscerlo ed amarlo come una persona diversa da sè e non una proprietà, che si costruisce una buona relazione».
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